Come difendersi dallo stalking? Cos’è il divieto di avvicinamento? Si può imporre il braccialetto elettronico allo stalker?
Braccialetto elettronico: lo stalking è uno dei reati più odiosi contemplati dal nostro codice penale: pur non prevedendo direttamente la violenza, è un delitto che cagiona a volte più danni delle percosse o delle lesioni personali in quanto agisce sulla psiche della vittima, costringendola a vivere in un perpetuo stato d’ansia oppure a modificare radicalmente le proprie abitudini di vita. La persona vittima di stalking può essere chiunque, anche se la casistica giurisprudenziale evidenzia una prevalenza decisa del genere femminile, molto spesso perseguitato da uomini con i quali aveva stretto rapporti sentimentali.
Braccialetto elettronico possibile soluzione
Ciò non toglie che può essere stalkerizzato anche un uomo, un ragazzo, una donna anziana, ecc. Il problema più serio riguardante lo stalking è quello dell’effettiva tutela della vittima: poiché i tempi della giustizia italiana sono molto lunghi, a volte la persona offesa si trova a dover presentare querele su querele presso le autorità senza che queste ultime possano intervenire. A tal proposito, un recente decreto legge ha incrementato la tutela a favore delle persone perseguitate, introducendo una nuova modalità di esecuzione delle misure cautelari: come ti dirò, sarà ora possibile fare ricorso all’utilizzo del braccialetto anche nel caso del reato di atti persecutori. Se ti interessa quello che sto dicendo, prosegui nella lettura dell’articolo: vedremo insieme il braccialetto elettronico tra i rimedi contro lo stralking.
Stalking: cos’è?
Prima di parlarti del braccialetto elettronico come rimedio contro lo stalking devo necessariamente spendere qualche parola sul reato di stalking o, più correttamente, di atti persecutori. La legge punisce con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, con condotte ripetute nel tempo, minaccia o molesta taluno in modo da:
provocargli un grave stato di ansia o di paura;
suscitare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona legata da relazione affettiva;
costringere la vittima a modificare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici, se è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità, ovvero con armi o da persona travisata.
Stalking: cosa fare?
Se sei vittima di stalking devi immediatamente recarti presso le forze dell’ordine e sporgere denuncia/querela; così facendo, consentirai alle autorità di cominciare le indagini e di far intraprendere contro l’autore del crimine un processo penale volto ad accertare la sua responsabilità. Il problema, però, è che la macchina della giustizia italiana è lenta e complessa: dal momento in cui sporgi denuncia a quello in cui effettivamente comincerà il processo passeranno mesi, se non anni. Durante tutto questo tempo, lo stalker sarà libero di continuare a perseguitarti come se nulla fosse accaduto. Come difendersi concretamente dallo stalking?
Stalking: quali rimedi?
Proprio per evitare che le lungaggini processuali vanifichino la tua denuncia, la legge prevede alcune misure (definite cautelari) da poter adottare nei confronti del presunto autore del reato prima ancora che il processo venga incardinato. Uno dei più importanti rimedi contro lo stalking è il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla vittima: con questa misura cautelare l’autorità giudiziaria vieta all’indagato/imputato di avvicinarsi alla vittima, impedendogli di visitare i posti che normalmente la persona offesa frequenta. Così, ad esempio, se la vittima di stalking è adusa ad andare in palestra, il giudice ordinerà allo stalker di mantenere le distanze da quel luogo. Il divieto può anche riguardare l’avvicinamento alla persona offesa stessa, oppure ai suoi familiari, senza riferimenti precisi ai luoghi abitualmente frequentati. In caso di trasgressione del divieto, la misura può essere sostituita con una maggiormente afflittiva (ad esempio, gli arresti domiciliari).
Tradimento e addebito: come cambia l’assegno divorzile nel caso in cui il marito riesce a dimostrare che la moglie ha l’amante (e viceversa).
Quando la coppia si separa a causa di un tradimento è più difficile giungere a una soluzione bonaria. È molto più probabile, al contrario, che si finisca in tribunale. La spirale delle reciproche accuse porta difatti, quasi sempre, a una separazione giudiziale. In tal caso sarà il giudice a fissare la misura del mantenimento che il coniuge più benestante dovrà versare all’ex.
Ed è proprio qui l’equivoco: spesso si pensa che, alcun mantenimento sia dovuto alla moglie infedele. È una convinzione però che, in alcuni casi, può risultare sbagliata. Come vedremo qui di seguito, difatti, in alcuni casi l’infedeltà non è una colpa (o, per dirla con i termini giuridici, non implica “l’addebito”); in tali ipotesi si è costretti a versare il mantenimento alla moglie infedele.
Quando però si tratta dell’uomo le cose vanno in modo opposto e ciò perché il suo reddito è quasi sempre più elevato rispetto a quello della donna. Pertanto, con o senza addebito, con la separazione il marito viene quasi sempre condannato a versare l’assegno mensile. È anche vero che, con le novità scaturite dalle due recenti sentenze della Cassazione, le sorti dell’assegno di divorzile, sia pure nei confronti del congiunge infedele, sono tutt’altro che scontate. È quindi il caso di spiegare meglio quali sono le regole della separazione e come bisogna comportarsi.
Tradimento e addebito: cosa comporta?
L’infedeltà costituisce una violazione degli obblighi matrimoniali (il codice civile infatti stabilisce, tra i doveri dei coniugi, quello di non farsi le corna). Tuttavia non è punita; o meglio, la legge non prevede specifiche sanzioni economiche per il coniuge traditore. Tuttavia, chi si è fatto scoprire con l’amante non può più ottenere l’assegno di mantenimento (e, dopo il divorzio, l’assegno divorzile). E ciò vale anche se è disoccupato o molto povero. In buona sostanza, la conseguenza di un tradimento è – per chi ne avrebbe avuto diritto – l’impossibilità di chiedere l’assegno periodico all’ex.
Una donna priva di lavoro, che tradisce il marito mentre lui non è a casa, non potrà ottenere neanche un euro in sede di separazione.
Volendo ulteriormente semplificare il discorso, si può così dire: se nel momento della separazione il giudice rileva che la rottura del matrimonio è stata determinata da una colpa dei due coniugi, addossa su questi il cosiddetto “addebito” ossia tutta la responsabilità per la fine dell’unione.
Chi subisce l’addebito perde pertanto:
il diritto a ottenere il mantenimento;
il diritto all’eredità dell’ex coniuge qualora questi dovesse morire tra la separazione e il divorzio (dopo il divorzio, invece, i diritti successori cessano comunque, a prescindere dall’addebito).
In sintesi, se qualcuno ti chiede: «cosa comporta l’infedeltà?» la risposta corretta è l’addebito, ossia non è più possibile chiedere un mantenimento.
L’infedeltà può essere legale?
Tradimento e addebito sono sempre connessi tra loro: eccezionalmente l’infedeltà non comporta l’addebito e, quindi, non esclude il diritto al mantenimento. Ciò succede quando la relazione extraconiugale non è la causa della rottura del matrimonio ma solo la conseguenza di una crisi già in atto e conclamata. Crisi che però dovrà essere dimostrata. Facciamo un esempio. Un uomo picchia puntualmente la moglie, l’umilia e la rende vittima di vessazioni.
Dopo due anni di sopportazione lei si trova un altro uomo. In tal caso, il giudice addosserà la responsabilità della separazione (ossia l’addebito) all’uomo e non alla moglie, nonostante questa lo abbia tradito. E così dicasi se la donna se ne va via di casa per non voler più tornare: il marito potrà farsi l’amante senza per questo subire alcuna conseguenza; anche in questo caso, infatti, l’addebito finisce a carico di chi, per primo, con il suo comportamento colpevole, ha decretato la fine del matrimonio.
Tradimento e addebito: Mantenimento all’ex moglie infedele
Spiegate come stanno le regole possiamo fare qualche caso concreto per capire quando non spetta il mantenimento alla moglie infedele.
Immaginiamo un marito con un reddito di 3mila euro al mese e la moglie con una busta paga di 500 euro mensili:
se l’uomo dimostra che la separazione è imputabile al tradimento della moglie, non dovrà versarle un euro di mantenimento;
se la moglie dimostra che la separazione è dovuta al tradimento del marito, questi dovrà comunque versarle il mantenimento. Lo dovrà fare anche se non l’ha tradita, in quanto il suo reddito è più alto dell’ex. Quindi il tradimento da parte dell’uomo più “ricco” è del tutto indifferente alle sorti del mantenimento;
se i coniugi si sono traditi reciprocamente, il giudice esclude comunque il mantenimento poiché dichiara il cosiddetto «addebito reciproco»;
se però la moglie tradisce l’uomo perché lui l’ha picchiata o se n’è andato di casa o perché, per anni, non le ha nascosto di avere l’amante, allora ha ugualmente diritto al mantenimento poiché l’addebito viene imputato al marito.
Immaginiamo ora che il marito guadagni 1.500 euro al mese e la moglie 1.400 euro:
se la moglie tradisce il marito non ha diritto al mantenimento;
se il marito tradisce la moglie non versa il mantenimento perché i due redditi sono equivalenti. Difatti il mantenimento non è una sanzione conseguente all’addebito ma solo una misura per ripristinare le differenti ricchezze dei coniugi.
Immaginiamo ora una coppia in cui il marito è disoccupato e la moglie ha un reddito di 1.400 ero al mese:
se la moglie tradisce il marito dovrà comunque versargli il mantenimento, e non per via dell’addebito ma perché il suo reddito è più elevato;
se il marito tradisce la moglie non ha diritto al mantenimento poiché su di lui ricade all’addebito.
Infedeltà coniugale su internet: la relazione platonica instaurata tramite chat su Facebook o altro social network è fonte di responsabilità, salvo che la coppia fosse già in crisi.
Tradire su internet è come tradire fisicamente: è infatti considerata infedeltà coniugale la relazione intrattenuta dal marito o dalla moglie su chat o su Facebook, con un’altra persona, con la quale sia chiaro il desiderio fisico e/o l’innamoramento. Così, anche in questi casi, per il coniuge traditore scatta l’addebito salvo che questi riesca a dimostrare che il rapporto matrimoniale era già in crisi. A dirlo è la Cassazione con una sentenza di questa mattina.
La relazione platonica su internet
Più volte la giurisprudenza si è pronunciata sulla possibilità di dichiarare la responsabilità per il fallimento del matrimonio (cosiddetto addebito) nei confronti del coniuge che intrattenga una relazione platonica su internet. E tutte le volte in cui il rapporto telematico travalichi la semplice “amicizia virtuale”, sconfinando nel desiderio carnale o, comunque, in un legame sentimentale, non vi sono dubbi: per i giudici questo basta per essere dichiarati colpevoli della violazione dell’obbligo di fedeltà.
Ma chi intrattiene flirt virtuali può contare sulla “non punibilità” della sua azione se riesce a dimostrare che la vera causa della rottura del matrimonio non è stata la sua relazione su internet, ma essa va ricercata in situazioni pregresse, che già avevano sgretolato l’unità familiare. Insomma, basta la prova che la vita di coppia fosse già compromessa per non subire l’addebito.
In poche parole per gli Ermellini solo un rapporto tanto forte da ledere l’unione matrimoniale può essere causa di addebito.
Non è infatti sufficiente, scrive a chiare lettere la Suprema corte, la sola violazione del dovere di fedeltà, ma occorre verificare se tale violazione sia stata la vera causa della crisi coniugale oppure se essa sia intervenuta quando era già maturata una situazione di intollerabilità della convivenza.
La dinamica delle relazioni
Le relazioni extraconiugali online sono diventate sempre più comuni negli ultimi anni, grazie alla diffusione dei social network e delle piattaforme di messaggistica. Tuttavia, queste relazioni non sono semplici avventure virtuali, ma possono avere conseguenze significative nel contesto legale delle cause di separazione e divorzio.
Nel caso di un matrimonio in crisi, in cui uno dei coniugi intrattiene una relazione extraconiugale online, l’altro coniuge può utilizzare tale comportamento come prova di infedeltà coniugale. Le prove raccolte, come messaggi, foto o registrazioni vocali, possono essere presentate in tribunale per dimostrare l’adulterio e influire sulle decisioni riguardanti l’affidamento dei figli, gli assegni di mantenimento e la divisione dei beni.
Le relazioni extraconiugali online non sono considerate semplici flirt innocenti, ma rappresentano un tradimento emotivo e, in molti casi, anche fisico. La legge riconosce il valore di queste relazioni nel contesto delle cause di separazione, poiché possono danneggiare profondamente il legame coniugale e minare la fiducia reciproca.
Il ruolo investigativo
Per le agenzie investigative specializzate in investigazioni coniugali, le relazioni extraconiugali online rappresentano un’area di intervento importante. Queste agenzie utilizzano tecniche di indagine avanzate per raccogliere prove digitali che possano supportare i casi di separazione e divorzio. Grazie alla loro esperienza nell’analisi delle comunicazioni online, nell’accesso a dati e informazioni digitali, e nella conservazione delle prove, le agenzie investigative possono svolgere un ruolo cruciale nell’ottenimento di prove concrete di infedeltà coniugale.
Per chi si trova coinvolto in una relazione extraconiugale online, è importante comprendere che le azioni compiute possono avere ripercussioni legali. Le conseguenze di un tradimento possono essere significative in termini di risoluzione del matrimonio e dei suoi aspetti finanziari e familiari. Pertanto, è fondamentale agire in modo consapevole e responsabile, evitando comportamenti che potrebbero compromettere ulteriormente la situazione.
In conclusione, le relazioni extraconiugali online hanno un peso legale rilevante nelle cause di separazione e divorzio. Le prove di infedeltà coniugale raccolte nel contesto digitale possono influire sulle decisioni prese dai tribunali, evidenziando il tradimento emotivo e fisico. Le agenzie investigative specializzate possono fornire un supporto essenziale per raccogliere le prove necessarie e garantire un trattamento equo dei casi di separazione coniugale legati alle relazioni online.
La prova della relazione via internet
La sentenza della Cassazione si “sposa” benissimo con quella, anch’essa recente, emessa dal Tribunale di Roma secondo la quale si possono utilizzare come prove dell’altrui tradimento anche i messaggini e le chat segrete, carpite di nascosto dal telefono del coniuge: non conta che ciò sia avvenuto in violazione della privacy.
Durante il matrimonio, capita che vengano alcuni dubbi sulla fedeltà del coniuge. Succede ormai in quasi tutti i matrimoni, ma non è così frequente che questi dubbi arrivino a concretizzarsi e ad essere così asfissianti dall’avere il desiderio di ingaggiare un investigatore privato che possa fare chiarezza sulla questione.
Anzi, generalmente non si arriva mai a questi livelli: eppure recenti statistiche hanno dimostrato non solo che l’infedeltà è la causa principali di divorzio e separazione, ma anche che quando una persona decide di contattare un investigatore privato, arrivando ad un punto davvero alto di apprensione, nel 90% aveva dei dubbi fondati.
Le investigazioni ricorrenti
L’investigatore privato, quando viene ingaggiato dalla moglie o dal marito che teme l’infedeltà del coniuge, instaura il rapporto su un primo dialogo chiarificatore per farsi un’idea della faccenda ed in seguito andrà a documentare tutti gli spostamenti del marito o della moglie del cliente,con appostamenti, registrazioni, fotografie, inseguimenti molto discreti, ed ovviamente qualora ci fossero incontri da segnalare questi verrebbe registrati o fotografati in modo da apparire chiari, e riportati al dubbioso coniuge.
Spesso per dare una sicurezza e prove concrete si aspetta di assistere ad un numero di incontri che faccia dare per scontato che è in corso una frequentazione.
Dal punto di vista lavorativo (nell’ambito privato) l’investigatore si occupa di comprendere se i giorni presi per malattia dal dipendente, per gravidanza o altre ragioni possano essere frutto della “scarsa voglia di lavorare”.
Se il dipendente è pubblico, se ne occuperà la Guardia di Finanza, in caso contrario sarà proprio l’investigatore a trarre delle conclusioni sul caso: in questo caso vengono analizzati documenti, reddito e cose affini che possano far comprendere se davvero i giorni di malattia presi siano stati richiesti per un’effettiva o fondata ragione.
Insomma, le ragioni per cui ci si rivolge all’investigatore privato sono molteplici: basta però che ci si abbia riflettuto bene prima!
Incarichi tipici dell’investigatore privato
Indagini prematrimoniali
L’investigatore accerta la reale situazione documentando frequentazioni, abitudini ed attività del partner.
Conoscere la realtà sulla persona che si frequenta permette di affrontare in modo obiettivo il rapporto già instaurato e soprattutto consente di valutare in modo consapevole la futura unione in matrimonio.
Infedeltà coniugale violazione doveri coniugali
Dal matrimonio deriva l’obbligo alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione.
Controllo delle uscite ingiustificate, telefonate o sms ad orari inusuali. Se il coniuge coltiva una relazione clandestina, l’investigatore privato accerta la reale situazione sentimentale documentando incontri e frequentazioni
L’investigatore raccoglie inoltre elementi di prova da produrre in giudizio per documentare comportamenti del coniuge incompatibili con il rapporto matrimoniale i quali determinano la violazione dei doveri coniugali, quali ad esempio: relazioni o convivenze extraconiugali; frequentazioni ambigue; gioco d’azzardo; alcolismo; uso di sostanze stupefacenti; ecc.
Bonifiche ambientali e veicolari
Con l’utilizzo di tecnologie ed apparecchiature di ultima generazione e con l’ausilio di tecnici specializzati, l’investigatore privato controlla con massima discrezione le abitazioni e i mezzi di trasporto, rilevando l’eventuale presenza di apparecchiature elettroniche atte all’intercettazione ambientale quali microfoni, registratori, microcamere e localizzatori GPS.
Controllo sui minori
Un figlio che cambia atteggiamento, chiudendosi in se stesso o comportandosi in modo inusuale senza un giustificato motivo, l’investigatore effettua accertamenti sulle sue abitudini documentando frequentazioni, abitudini, abuso di alcool o uso di sostanze stupefacenti. Seguendo il motto che “meglio non far finta di non vedere” per un adolescente domani potrebbe essere già troppo tardi.
Cosa fa un investigatore privato: Assenteismo sul lavoro
L’assenteismo è il fenomeno della sistematica assenza di un impiegato o dipendente dal suo posto di lavoro. In casi estremi può costituire una causa legalmente riconosciuta di licenziamento giusta causa.
La stima dell’assenteismo costituisce un dato essenziale per le imprese sia per la valutazione del danno economico conseguente sia per la determinazione degli investimenti e delle azioni adatte a contrastare il fenomeno.
Un team di esperti investigatori privati, documenta durante il periodo di astensione dal lavoro per malattia, infortunio o congedi familiari, lo stato di salute apparente o la reale situazione familiare del dipendente al fine di avvalorare il provvedimento di licenziamento per giusta causa nei confronti dello stesso.
Indagini per il recupero crediti
Effettua accertamenti, preventivi all’azione legale di recupero del credito, atti ad individuare e documentare forme di reddito del debitore provenienti da compartecipazioni, collaborazioni, attività svolte in prestanome, lavoro dipendente o lavoro sommerso.
Il team di investigatori documenta il tenore di vita del debitore, individua proprietà immobiliari e proprietà di autoveicoli ed identifica inoltre terzi creditori.
Il precetto del pignoramento presso terzi è notificato sia al debitore che alla terza parte, la quale è convocata dal giudice per dichiarare “di quali cose o quali somme” il terzo è debitore o si trova in possesso. Il precetto intima inoltre alla terza parte di non disporre delle somme e dei beni dovuti senza ordine del giudice.
Concorrenza sleale dei dipendenti
Il lavoratore dipendente deve rispettare l’obbligo di fedeltà nei confronti del datore di lavoro e rispettare, nei confronti dello stesso, il divieto di concorrenza sleale.
L’art. 2105 del codice civile individua nel divieto di concorrenza l’obbligo di astenersi dal trattare affari in concorrenza con il datore di lavoro, sia per conto proprio che per conto di terzi.
Un dipendente che intrattenga rapporti con un’azienda concorrente o che operi autonomamente in analogo settore, il detective privato individua l’attività svolta in concorrenza sleale e documenta l’infedeltà aziendale dando modo di intraprendere un’azione legale per ottenere il risarcimento del danno e l’allontanamento del dipendente scorretto.
Stop alla Cannabis light? Il Ministero della Salute attende il parere dell’Avvocatura di Stato ma il parere del Consiglio superiore di Sanità infligge un colpo ferale ad un mercato in pieno boom: “Pericolosa se assunta senza controllo, preoccupa la vendita libera”
Consiglio superiore di sanità (Css) contro la ‘cannabis light’. In un parere richiesto a febbraio dal segretariato generale del ministero della Salute, e in possesso dell’Adnkronos Salute, l’organo consultivo raccomanda “che siano attivate, nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti”.
Un colpo ferale per un mercato in pieno boom: quello degli spinelli ‘leggeri’, venduti sia nei negozi veri e propri che su internet.
Cannabis, Grillo: “Attendiamo parere Avvocatura di Stato”
Il ministro della Salute Giulia Grillo spiega che per derimere gli aspetti legali della vicenda il dicastero ha investito della questione l’Avvocatura generale dello Stato per un parere anche sulla base degli elementi da raccogliere dalle altre amministrazioni competenti (Presidenza del Consiglio e Ministeri dell’Interno, Economia, Sviluppo economico, Agricoltura, Infrastrutture e trasporti). Non appena riceverò tali indicazioni assumerò le decisioni necessarie, d’intesa con gli altri ministri”.
“Seguo con grande attenzione la questione della commercializzazione della cosiddetta cannabis light. Il precedente ministro della Salute (Beatrice Lorenzin, Ndr) il 19 febbraio scorso ha chiesto un parere interno al Consiglio superiore di sanità sulla eventuale pericolosità per la salute di questa sostanza”.
“Solitamente il Consiglio superiore di sanità esprime dei pareri al ministro della Salute e poi è il ministro stesso, secondo quello che ritiene più giusto fare, a trasmetterlo ad altri soggetti” spiega all’Adnkronos Salute la presidente del Css Roberta Siliquini.
“I pareri sostanzialmente fanno parte di un dossier più ampio, che può dar luogo a una discussione in sede politica e anche a ripercussioni legislative”
Al Css sono stati posti due quesiti: se questi prodotti siano da considerarsi pericolosi per la salute umana, e se possano essere messi in commercio ed eventualmente a quali condizioni.
La cannabis light è pericolosa per la salute?
Ebbene, riguardo alla prima domanda, il Consiglio “ritiene che la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o “cannabis leggera”, non può essere esclusa”. Questi i motivi:
“La biodisponibilità di Thc anche a basse concentrazioni (0,2%-0,6%, le percentuali consentite dalla legge, Ndr) non è trascurabile, sulla base dei dati di letteratura; per le caratteristiche farmacocinetiche e chimico-fisiche, Thc e altri principi attivi inalati o assunti con le infiorescenze di cannabis sativa possono penetrare e accumularsi in alcuni tessuti, tra cui cervello e grasso, ben oltre le concentrazioni plasmatiche misurabili; tale consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”.
E ancora, al Css “non appare in particolare che sia stato valutato il rischio al consumo di tali prodotti in relazione a specifiche condizioni, quali ad esempio età, presenza di patologie concomitanti, stati di gravidanza/allattamento, interazioni con farmaci, effetti sullo stato di attenzione, così da evitare che l’assunzione inconsapevolmente percepita come ‘sicura’ e ‘priva di effetti collaterali’ si traduca in un danno per se stessi o per altri (feto, neonato, guida in stato di alterazione)”.
La Cannabis Light può essere venduta?
Quanto al secondo quesito posto dal segretariato generale del ministero della Salute, il Consiglio superiore di sanità ritiene che “tra le finalità della coltivazione della canapa industriale” previste dalla legge 242/2016 – quella che ha ‘aperto’ al commercio, oggi fiorente, della cannabis light – “non è inclusa la produzione delle infiorescenze né la libera vendita al pubblico; pertanto la vendita dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa, in cui viene indicata in etichetta la presenza di ‘cannabis’ o ‘cannabis light’ o “cannabis leggera”, in forza del parere espresso sulla loro pericolosità, qualunque ne sia il contenuto di Thc, pone certamente motivo di preoccupazione”.
Sulla base delle opinioni espresse dal Css, sempre a quanto apprende l’Adnkronos Salute, il ministero della Salute ha anche richiesto un parere all’Avvocatura dello Stato, che non sarebbe ancora arrivato.
Ma che cos’è la cannabis light
In Italia lo “spinello leggero” è stato reso legale dalla legge 242/2016 sulla coltivazione e la filiera della canapa: la normativa ha creato un ‘cuscinetto’ di esenzioni di responsabilità per l’agricoltore nel caso in cui i risultati a un controllo rivelino una quantità di Thc superiore a 0,2%, ma inferiore a 0,6%.
“Non è un prodotto medicinale, da combustione o alimentare e non si vende ai minori”. Così la maggior parte delle aziende che producono e commercializzano cannabis light descrive il proprio prodotto, che non andrebbe fumato e non viene venduto a clienti con meno di 18 anni, perché anche se la legge in questo senso non prevede limitazioni, in tal modo si evitano potenziali rischi o problemi.
Se la legge mirava a tutelare i coltivatori di piante, non fa menzione dei fiori. Per la ‘cannabis light’, che mantiene le proprietà del cannabidiolo ma senza gli effetti psicoattivi, si usano dunque le infiorescenze di varietà di canapa per usi industriali già presenti nell’elenco ufficiale delle sementi coltivabili in Italia e quindi con un tenore di Thc inferiore al limite di legge. Si tratta di fiori che ‘avanzano’ dalla produzione per altri scopi (tessuti, cosmetici) e che vengono vendute oggi in apposite bustine in centinaia di punti vendita specializzati in tutta Italia, oltre ad alcuni tabaccai.
Una nuova frontiera, dunque, che in questi anni ha attratto centinaia di migliaia di italiani: secondo Coldiretti il giro d’affari stimato è di oltre 40 milioni di euro, che si sviluppa sia nei negozi veri e propri, sia su internet. Nel giro di 5 anni sono aumentati di 10 volte i terreni coltivati a canapa (per vari usi, non solo per la versione ‘light’), dai 400 ettari del 2013 ai quasi 4.000 stimati per il 2018, sempre secondo Coldiretti.
Intanto in Canada arriva il sì alla legge sulla cannabis legale
“Mentre il Canada legalizza la marijuana per sottrarre profitti alle mafie e contrastarne l’uso da parte dei minori, temo che la direzione di marcia di questo governo sarà la proibizione” spiega a Radio Radicale Benedetto Della Vedova, presidente di Forza Europa e promotore nella scorsa legislatura della proposta di legge per la legalizzazione della cannabis.
“Immagino che Salvini si butterà a pesce sul parere del Consiglio Superiore di Sanità e farà chiudere negozi e coltivazioni: finirà che avremo un mercato nero e criminale anche per la cannabis light”.
Controllo dipendenti: abuso legge 104, licenziamento per giusta causa
Abuso legge 104: il datore di lavoro può ingaggiare un investigatore privato per pedinare il dipendente se ha il fondato sospetto che questi non fruisca correttamente dei permessi della legge 104 [1].
Inoltre, qualora dalle indagini investigative risulti che effettivamente il dipendente utilizzi i permessi per attività diverse da quelle consentite, il datore di lavoro può procedere legittimamente al licenziamento per giusta causa.
Spesso la giurisprudenza è stata interrogata sulla legittimità della condotta del datore che conferisce incarico ad un detective privato o ad un’agenzia investigativa per “controllare” un proprio dipendente.
L’interrogativo sorge in quanto lo Statuto dei lavoratori vieta il controllo dei lavoratori (sia tramite guardie giurate che tramite impianti audiovisivi) al fine di tutelarne la libertà e dignità personale [2].
ll divieto si riferisce, tuttavia, al controllo del corretto svolgimento delle mansioni; in altri termini il datore di lavoro non può spiare i dipendenti al fine di verificare che adempiano gli obblighi previsti dal contratto di lavoro.
Il controllo è invece consentito qualora vi sia il fondato sospetto che il dipendente stia commettendo un illecito ed è pertanto necessario tutelare il patrimonio aziendale(per esempio da furti, manomissione dei tesserini presenze, sottrazione di file altri beni aziendali ecc.).
La Cassazione [3] ha ritenuto più volte che l’uso dei permessi della legge 104 per andare in vacanza o addirittura svolgere un’altra attività lavorativa costituisce un abuso di diritto ed è pertanto un illecito per il quale il datore di lavoro può procedere con attività di controllo, anche tramite investigatore privato.
I permessi
I permessi della legge 104 sono infatti concessi al lavoratore per l’assistenza di un congiunto con handicap e non per curare propri interessi personali, ai danni dell’azienda.
Spesso si è contestato il fatto che il pedinamento dei dipendenti non possa comunque essere giustificato dal mero sospetto dell’abuso dei permessi in questione, in quanto configurerebbe un controllo sull’adempimento del contratto di lavoro, vietato dallo Statuto dei lavoratori.
Di tutta risposta la Cassazione ha affermato che il pedinamento del dipendente è legittimo e non contrario al suddetto divieto in quanto si svolge fuori dall’orario di lavoro e durante l’arco temporale in cui il rapporto di lavoro è sospeso per la fruizione del permesso.
Inoltre il controllo non riguarda l’esatto adempimento del contratto di lavoro ma la condotta affidabile o meno del dipendente.
Ovviamente, affinché il datore possa legittimamente ricorrere alle indagini investigative, è necessario un sospetto fondato dell’abuso di permessi da parte del dipendente. Si pensi per esempio ai permessi utilizzati soltanto nei weekend o a ridosso delle feste, alle voci che corrono in azienda sulle “vacanze” del dipendente assenteista ecc.
Le prove raccolte in sede di indagini investigative possono essere utilizzate per fondare un licenziamento per giusta causa del dipendente, dato che l’abuso del diritto ai permessi fa venire meno il rapporto di fiducia tra datore e lavoratore che è alla base del contratto di lavoro.
Si precisa che le indagini dell’investigatore, per essere legittime devono svolgersi fuori dall’orario di lavoro e dai locali aziendali e devono rispettare il più possibile la privacy del dipendente.
In altri termini i controlli devono essere finalizzati unicamente a scoprire se il lavoratore rispetti o meno la finalità assistenziale dei permessi; eventuali dati personali ulteriori e non utili in relazione a tale obiettivo devono restare riservati.